Un’idea di verde. La strada delle neomaterie riporta i pigmenti naturali nella storia del colore

Il colore ancora oggi rende palpabile la storia degli equilibri fra tecnica, sogni e nuovi modelli economici. Gruppo Boero e Tolo Green stanno percorrendo insieme la strada delle neomaterie, partendo da Dubai. 

Vernici che sono superfici viventi. Italo Rota, considerato l’architetto della complessità, definisce così il prototipo di prodotto studiato e realizzato per Expo 2020, in una sperimentazione che ha impegnato i nostri ricercatori nell’obiettivo urgente e comune di partecipare alla costruzione di un nuovo modo di abitare il mondo. Nasce così il concetto di neomaterie, materie prime nate dalla collaborazione con la natura e che nel progetto di collaborazione tra Gruppo Boero e Tolo Green ha visto l’alga spirulina come co-protagonista. “Abbiamo fatto dell’alga un’ossessione“, spiega Italo Rota che ha progettato insieme a Carlo Ratti non solo il Padiglione Italia ma una visione urbanistica sinergica, che usa la complessità come soluzione in risposta ai problemi che la complessità stessa include. “Oggi abbiamo gli strumenti per chiedere la collaborazione a batteri, miceli, alghe, arance e caffè per costruire un mondo più sostenibile. Recuperare i pigmenti dalla natura per ottenere le tinte che ci permettono di vivere le nostre emozioni è qualcosa di antico“. Come ci ha ricordato uno studio di Cambridge pubblicato su Proceeding of National Academy of Sciences ci sono due modi in cui si può ottenere il colore: attraverso pigmenti, cioè particelle che assorbono la luce in una determinata lunghezza d’onda, determinando il colore attraverso l’assorbimento della radiazione elettromagnetica, o attraverso le nanostrutture della superficie, che rifrangono la riflessione della luce.

La ricerca di tinte che rispettino queste reciproche relazioni tra le superfici e la luce, fra le frequenze naturali e l’intervento dell’uomo, ci accompagnano da sempre, condizionando le nostre emozioni e le nostre credenze. Tra i colori che lo studio di Cambridge ha individuato come colori strutturali più intensi presenti in natura ci sono il blu e il verde, per questo forse sono colori che ci portano un senso di serenità e naturalezza. Ma il verde nei secoli è stato oggetto di diverse sperimentazioni per ottenerne in maniera diffusa i benefici. Il verde è stata anche la prima tinta resa disponibile dai micro-collaboratori naturali coltivati ad Arborea (le alghe) da Tolo Green e presenti anche nelle vasche del Padiglione Italia. Dobbiamo ricordare che prima che una domanda sempre più popolare nella richiesta spingesse a processi industriali più sostenibili dal punto di vista economico (rendendo a tutti più accessibile il mondo dei colori), le tinte derivavano da pigmenti naturali e i colori erano (addirittura per legge) puri. Così il verde, originariamente ottenuto in purezza con i pigmenti ottenuti dalla malachite (una polvere minerale di carbone di rame), veniva poi sperimentato come colore secondario, ottenuto dalla miscela di blu e giallo, una trasgressione alla purezza che nel 1386 costò ad Hans Töllner, un tintore di Norimberga, un duro processo che si concluse con l’esilio e la radiazione dall’arte dei tintori. L’interferenza dell’uomo sulla nostra percezione del colore è da sempre qualcosa che resta sospeso fra l’economia e addirittura la religione, come succede per il cibo.

Il verde ha pagato, nel procedere della storia dell’arte e dei commerci, lo scotto di essere chimicamente instabile nella pittura come nella tintura. Per gli egizi il verde aveva significati di fecondità, gioventù, crescita, rigenerazione; presso gli Atzechi era simbolo di fertilità. Nell’interpretazione medievale dell’Antico Testamento contava invece in generale che il colore fosse puro; l’instabilità della resa sui tessuti dei pigmenti necessari a colorare di verde, in una società basata in buona parte sul commercio tessile, diede a questa tinta una pessima reputazione, con una narrazione religiosa (e dunque culturale) che la associava all’ambiguità e alla mutevolezza, se non addirittura al diavolo; ma, come sempre accade, di reazione il colore verde divenne per alcuni emblema della libertà, dell’amore profano e della gioventù

Alla purezza simbolica si aggiungevano quindi motivazioni di resa dei risultati, perché l’arte del colore può essere oggi scienza esatta attraverso algoritmi, ma può anche individuare nuove possibilità, restituendo all’idea di arte il significato di sperimentazione e di premessa alla scienza di domani. Per questo l’evoluzione del pensiero richiede di ritrovare dal passato buone pratiche senza riprenderne le conseguenze negative che la storia della tecnica aveva già superato. Oggi la sfida di ritrovare la naturalezza di un pigmento vegetale, capace di regalare frequenze che possono colpire in maniera molto intensa i sensi e darci una relazione sottile fra la materia e la luce, si sposa alla capacità di farlo in maniera no waste, in una formula che non consumi risorse, ma riduca gli scarti, recuperati secondo quella che è ormai la necessaria filiera circolare. L’alga spirulina, già utilizzata nell’alimentazione degli astronauti e che si candida a diventare una soluzione alimentare accessibile e salutare, diventa anche colorante per la bioedilizia: di nuovo una relazione, quella tra alimenti benefici e colore, che ritroviamo già in passato nell’utilizzo dell’olio come emulsionante per le tinte. Ciò che ingeriamo, ciò che respiriamo e ciò che tocchiamo condiziona il nostro benessere e come lo portiamo dalla terra a noi condiziona il benessere collettivo. 

Una delle grandi sfide del progetto è stata (e sarà nella ricerca di nuovi colori) la stabilità della tinta, un elemento che come abbiamo visto ha caratterizzato la storia del verde (insieme a quella del suo rapporto con la società) e che in questa nostra esperienza ha ribaltato il problema in opportunità. Oggi il verde è simbolo di rigenerazione e la tecnologia attuale consente di stabilizzare la resa di un pigmento naturale che opera per un nuovo modello economico e sociale

L’esperienza di Expo Dubai ci ha resi parte attiva di una rete virtuosa che unisce biologia, design, chimica, wellbeing. Ci ha reso anche un nodo di connessione fra il futuro e il mito, cioè tra il progresso e l’attenzione alla storia del colore e del tentativo dell’uomo di riprodurre la natura senza disfare “quell’ordine invisibile presente nel disordine apparente” come ci ricorda Italo Rota, facendoci intravedere l’ambivalenza problema/soluzione della complessità. La scienza del colore nasce dall’istinto al prototipo che ha attraversato le menti di artisti, fisici, mercanti, unendoli in un concetto di creatività oggi più che mai in fermento.