Urban Art. Non è solo colore.

Il dibattito sugli interventi urbani volti a riqualificare le nostre città si fa via via più intenso. Se all’origine la street art e i suoi colori erano un gesto di rottura “contro” scelte urbanistiche poco integrate ai bisogni degli abitanti o all’abbandono dei quartieri, oggi le politiche di rigenerazione urbana integrano gli artisti nella progettazione di città più vivibili. L’arte di strada cambia, non solo perché una nuova sensibilità ecologica fa abbandonare le bombolette, ma perché lo spirito clandestino necessario un tempo per smuovere le coscienze sulla necessità di pensare diversamente gli spazi pubblici ha raggiunto lo scopo e il concetto di cura degli spazi (anche dal punto di vista artistico) e il benessere sociale è ormai entrato nelle agende politiche. Il colore sottolinea gli spazi, crea grandi tele su cui proiettare un senso di comunità, regala leggerezza e dinamismo negli attraversamenti della città, facendo dimenticare la pesantezza di tunnel e pilastri che smistano i movimenti della città.
L’urban art fa evolvere sta sperimentando un nuovo rapporto di network che vede impegnati in nuove e relazioni artisti, amministrazioni, curatori, imprese del territorio ma soprattutto i cittadini. Se nella preziosa storia della street art clandestina non sempre chi abitava gli spazi si sentiva rappresentato, subendo alcune volte un atto artistico, oggi c’è sempre più la sensibilità di far partecipare i cittadini nella realizzazione di grandi affreschi.

È quello che è successo ad esempio nel quartiere CEP di Genova, con i quattro dipinti realizzati da DrinaA12 & Giuliogol. I loro lavori sono veri e propri affreschi, realizzati con tecniche antiche, come lo spolvero, applicate a strutture urbane che diventano medium di immagine fotografiche, rivisitate e ricontestualizzate. Il dettaglio dei profili di una realtà catturata in un momento e in uno spazio si perdono nella sfocatura di un’immagine che diventa murales ritrova i nuovi confini solo quando è guardata da distante, in un gioco di prospettive ribaltato. Ma la vera forza delle opere di questi due muralisti è che questa tecnica consente di coinvolgere nella realizzazione anche i passanti, che possono dipingere senza la paura di sbagliare, mettendo mano direttamente su un progetto di quartiere, che diventa patrimonio vissuto in prima persona.
I murales del CEP sono stati realizzati ad esempio dopo un’attenta progettazione sociale degli spazi insieme ai ragazzi delle medie, che si sono confrontati con il concetto di arte pubblica che è palestra di arte di vita: i limiti dell’architettura e della creatività insegnano come avere dei confini non toglie libertà, ma attraverso la focalizzazione aumenta l’inventiva e la responsabilità. Di DrinaA12 & Giuliogol è anche l’opera monumentale sotto il ponte San Giorgio, ricostruito dopo il crollo del Ponte Morandi.
Un soggetto che era nel cassetto degli artisti da molto tempo e che oggi cerca di creare una cerniera tra il ricostruito e l’energia emotiva che non ha mai abbandonato quello spazio. Ma il colore e la sua geometria accompagnano spesso anche i tragitti quotidiani di chi si muove in città.

Il progetto Repicta ha come ambizione di tutelare un’arteria fondamentale della mobilità urbana attraverso l’arte. La Quindici chilometri che attraversano da un capo all’altro la città, caratterizzata da nodi, svincoli e rampe. Un’opera utile ma da molti considerata impattante dal punto di vista estetico. Il progetto prevede cinque opere di diversi artisti. I colori Boero partecipano a questa rigenerazione anche grazie all’opera “tunnel del colore” ideata e realizzata da Greg Jager.
Anche in questo caso ci sono giochi di prospettive e i colori creano diagonali e figure astratte create per accompagnare la defocalizzazione di uno sguardo in movimento. Quindi l’opera si compone di colore, di forme geometriche e della velocità che caratterizza il contesto dell’osservatore. Quando si parla di arte urbana spesso non si considerano le difficoltà produttive di interventi come questi “La logistica, i permessi ma soprattutto l’esigenza di lavorare di notte hanno rappresentato un aspetto sfidante dell’opera” racconta Emanuela Caronti di Linkinart, associazione coinvolta nella produzione del progetto Repicta e tra le principali realtà di promozione e cura di rigenerazione cittadina attraverso l’Urban Art. Gli street artist hanno la caratteristica di sapersi muovere e adattare fra più contesti. Ormai Greg Jager può essere considerato un artista contemporaneo. Opera anche su tela, ma chiaramente la progettazione di interventi come questi segue logiche diverse e anche sperimentali rispetto a situazioni di osservazione statica. L’artista non è solo creativo, è operaio e scultore della percezione degli ambienti”. Il lavoro artistico di Greg Jager si pone tra arte, grafica, antropologia e architettura, attinge dalla scuola del Bauhaus, alle Avanguardie russe e all’ArteCinetica italiana; in questa occasione si è però soprattutto ispirato al muralismo degli anni ’60 ’70. Non sempre il termine rigenerazione urbana è amato dagli artisti, che vedono il rischio di appiattimento e ricerca di scalabilità in un mondo, com’è quello dell’arte, che è soprattutto di ricerca, anche antropologica e per questo non imbrigliabile in regole valide per ogni territorio/comunità. Interventi di Urban Art possono allora essere l’occasione per fare domande senza avere l’arroganza di dare risposte preconfezionate. L’arte è ricerca e ha bisogno di buoni strumenti per interrogare con la sua azione la società e pretendere soluzioni.
Un ruolo che ha sempre avuto e continuerà ad avere.